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sabato 14 maggio 2016

Intervista a Francesca Diotallevi, autrice di "Dentro soffia il vento"

Buongiorno miei cari lettori, e buon sabato.
Molti di voi sicuramente saranno al Salone internazionale del libro di Torino, cosa per la quale io provo molta invidia. Ma mi rifarò in autunno con la Frankfurter Buchmesse, che è più o meno la stessa cosa soltanto che qui troverò editori da tutto il mondo oltre che alcuni di italiani.
Comunque, bando alle ciance.
Oggi vorrei lasciarvi (a voi pochi infelici che non siete a Torino) l'intervista che ho avuto l'onore di fare a Francesca Diotallevi, autrice di Dentro soffia il vento.
Questo libro è uscito da poco con Neri Pozza; io l'ho letto in anteprima e mi è piaciuto moltissimo! Per quelli che si sono persi la recensione, potete trovarla qui.
Vi lascio ora al botta e risposta tra me e Francesca.


Carissimi lettori, è con piacere che oggi vi presento Francesca Diotallevi, autrice di “Dentro soffia il vento” da poco approdato nelle librerie con Neri Pozza. Benvenuta Francesca!
Innanzitutto, vuoi dirci qualcosa di te? Chi è Francesca Diotallevi?
Anzitutto grazie per avermi ospitato in questo delizioso blog!
Siccome quando mi fanno questa domanda il mio primo istinto è sempre quello di rispondere ‘sbaglio o stanno aprendo il buffet?’, e approfittare dell’attimo di distrazione per correre a nascondermi, l’ho girata a una persona di cui non farò il nome (ma che ho pagato bene) e la sua risposta è stata: "Direi una ragazza semplice, sensibile e molto dolce. Leale e un po’ ingenua, ma coraggiosa quando serve". Ingenua, chiaramente, era un modo gentile per dire che mi faccio sempre fregare. O che a volte mi comporto come una ragazzina. Dovrò indagare.
Com'è nata l’idea di questo romanzo?
Questa è facile, per fortuna. L’idea di questo libro è nata da una fotografia che un amico mi ha mostrato dal suo pc. Mi stava raccontando di aver partecipato a una suggestiva processione sulle Alpi e intanto scorreva le foto, fino a quando una in particolare ha catturato la mia attenzione. Raffigurava una modesta lapide di marmo, incassata in una roccia. L’incisione sulla lapide parlava di un gruppo di zingari, definiti ‘stagnini’ per la loro abilità nel lavorare i metalli (riparavano le pentole degli abitanti dei villaggi in cui si fermavano), accampati nel bosco sopra Saint Rhémy, un minuscolo borgo valdostano, e travolti, in una notte di tormenta, da una fatale valanga. Questa immagine mi ha talmente colpito che ne è scaturita subito la volontà di scrivere qualcosa che fosse collegato a questo episodio.
La voce narrante di questo libro è suddivisa tra tre persone. Puoi spiegarci il motivo di questa tua scelta piuttosto di un narratore esterno?
Forse qui mi giocherò un po’ di credibilità come scrittrice, ma io e la terza persona proprio non ci prendiamo. Come accaduto per i miei due precedenti romanzi, mi è venuto spontaneo scrivere anche questo in prima persona. Quando mi sono resa conto, però, che non potevo avere una sola voce narrante perché sarebbe stato troppo limitante, ho pensato che dare voce a più personaggi poteva essere una buona idea. Tracy Chevalier (una scrittrice che amo molto e uno dei miei riferimenti letterari) ha utilizzato questo espediente narrativo per uno dei suoi libri più belli, ‘Quando cadono gli angeli’, quindi mi sono detta… perché non provare? E ha funzionato.
La protagonista indiscussa di “Dentro soffia il vento”, Fiamma, è una persona coraggiosa e resistente ma allo stesso tempo anche fragile. C’è stata una fonte particolare d’ispirazione per la caratterizzazione di questo personaggio o è soltanto frutto della tua immaginazione?
Fiamma è nata dalle ceneri di un’altra donna, Ester. Originariamente doveva essere lei la protagonista di Dentro soffia il vento, ma non funzionava. La mettevo nella stanza con gli altri personaggi e nessuno collaborava, erano tutti ‘scollegati’. I primi capitoli mi hanno fatto dannare. Poi ho capito che parte del problema era il carattere insicuro, e a tratti opportunista, di Ester, che strideva, impedendo ai vari elementi della storia di amalgamarsi tra di loro. Ho cancellato tutto e mi sono rimessa alla tastiera con l’idea che la storia non avrebbe retto se nemmeno la protagonista sapeva quello che voleva: doveva essere una donna che sapesse il fatto suo.
Se c’è, quanto di te hai messo in Fiamma?
Poco, temo. Io ho un carattere molto diverso, per non parlare del mio essere terribilmente freddolosa (la dimostrazione di ciò è che dormo ancora con il piumone invernale; Fiamma avrebbe fatto la sauna, a maggio, nel piumone). In realtà in questo romanzo c’è un personaggio in cui mi riconosco molto, ed è Don Agape, il goffo e insicuro parroco con la crisi mistica. Non che io mi identifichi in un prete, e non ho nessuna crisi mistica in corso, in effetti, ma, come lui, nell'ultimo periodo ho dovuto affrontare scelte difficili, incertezze e trasferimenti (e, come lui, viaggio con dieci casse di libri al seguito, che non so mai dove piazzare. Beh, nel mio caso sono scatoloni!). Agape ha lasciato che qualcuno decidesse per lui, si è nascosto per non affrontare se stesso e, a causa di una scarsa autostima, è convinto di non valere granché. Ma capirà quello che ho compreso anch’io: la forza di prendere in mano la nostra vita ce l’abbiamo, è dentro di noi, è sempre stata lì. Solo che spesso è più comodo fingere che non sia così e darsi delle scuse. Sguazziamo nella nostra confortante infelicità perché, tutto sommato, è più semplice che farsi delle domande, soprattutto quelle scomode. Agape a un certo punto impara a farsele. E anche io ho imparato.
Il rapporto di amore e odio che esiste tra Fiamma e Yann è reso forte dalla perdita, per entrambi, di Raphael. Come sei riuscita a conciliare tutti questi intensi sentimenti senza renderne neppure uno superfluo?
Prima di tutto ti ringrazio per non aver trovato i personaggi che descrivo vuoti e superficiali: è l’incubo di ogni scrittore! Quando scrivo mi immergo totalmente nella storia, i personaggi diventano miei amici, i drammi che affrontano, ma anche le piccole gioie, le vivo come se le provassi sulla mia stessa pelle. Per me ha senso scrivere solo se c’è questa totale comunione con quello che racconto, un legame quasi viscerale, e credo che il lettore percepisca quando qualcosa è scritto con il cuore.
Le superstizioni e le credenze popolari giocano un ruolo importante in “Dentro soffia il vento”. Anche nella realtà, allo stesso modo, molti credono e sono superstiziosi. Cosa pensi sia giusto nel credere o non credere in queste cose?
Devo confessare di non essere affatto superstiziosa: passo sotto le scale, adoro i gatti neri e non mi lancio il sale alle spalle se lo ribalto. Ma non giudico chi trova conforto in questi piccoli rituali scaramantici (avevo un nonno che non metteva il naso fuori di casa se era venerdì 17). Quello che ritengo sia sbagliato, sempre, sono le superstizioni e le credenze che diventano motivo di disprezzo e vanno a ledere la libertà e i diritti altrui. Sono dell’opinione che chiunque giudichi sulla base del ‘sentito dire’, o di un pregiudizio, commetta sempre un errore, perché impedisce a se stesso di farsi una propria opinione e magari anche di imparare qualcosa. Non sempre ‘diverso’ è sinonimo di ‘sbagliato’, anzi. Le menti chiuse sono quelle che preferiscono farsi scudo con la propria ignoranza piuttosto che aprirsi e scoprire un mondo. Nel romanzo faccio pronunciare a Fiamma una frase in cui credo molto: ‘Per questo amavo i libri, rendevano le persone migliori. A volte le salvavano.’ I libri aprono la mente, sconfiggono l’ignoranza, a cui è legata la superstizione, c’è poco da aggiungere.
C’è un momento particolare della storia che hai scritto che preferisci?
Sì, ed è sempre collegato ad Agape. È il momento in cui inizia ad acquistare più fiducia in se stesso. Il vecchio parroco di Saint Rhémy gli ha scritto un sermone atto ad alimentare il pregiudizio, a incutere timore, e pretende che lui lo reciti in chiesa. Agape, che se ne sta sempre a testa bassa, le spalle incassate, non si riconosce nelle parole che ha davanti e… si ribella. Copre i fogli, raddrizza la schiena, guarda i fedeli e per la prima volta comprende che lui ha il potere di influenzare la vita di quelle persone. La fiducia in noi stessi e nelle nostre capacità è l’arma più potente che abbiamo, non dovremmo mai dimenticarlo.
Qual è stata la parte del libro più difficile da scrivere?
Scrivere le lettere di Raphael dal fronte è stato straziante. Ho pianto tanto. Per riuscire a renderle credibili ho letto molta corrispondenza di guerra, alcune scene che descrivo (come il medico che, mascherandosi dietro un gelido cinismo, non concede alcuna speranza ai soldati che implorano solo un’illusione, o come gli arti umani che affiorano dal fango delle trincee mentre gli altri soldati, ormai indifferenti, giocano a carte) sono cose realmente accadute, vissute da combattenti giovani e inesperti, che si sono trovati catapultati in questo inferno senza fine. Scrivere quelle lettere è stato un po’ come mettersi nei panni di questi uomini… una condizione insopportabile.
Questo libro è entrato nel cuore delle persone che lo hanno già letto, compreso il mio. Com’è stato per te scriverlo? Quali emozioni ti ha suscitato?
Sono ovviamente molto felice che il libro stia suscitando consensi da parte dei lettori, per me è una bellissima soddisfazione! Scriverlo è stato un viaggio… intenso. Non esiste una parola che descriva meglio quello che ho provato buttando giù un intero romanzo in soli due mesi. Ho fatto di tutto per riuscire a finirlo entro i termini del concorso: scrivevo di giorno, di notte, sui mezzi pubblici, in coda al supermercato (grazie cellulare!). E poi parlavo di una cosa che amo (la Valle D’Aosta, le sue montagne, i suoi boschi) e da cui ero lontana (vivevo a Roma in quel periodo). E si sa: nulla acutizza un sentimento più della privazione.
Qual è il messaggio o morale che vuoi trasmettere ai lettori con questa storia?
In realtà non mi sono mai seduta davanti alla tastiera pensando di avere un messaggio da trasmettere, o una morale. I miei romanzi si costruiscono sui personaggi, sono loro la mia fonte di interesse. Perciò raramente mi chiedo ‘di cosa voglio parlare’, quanto piuttosto ‘Cosa spinge Fiamma, tutte le sere, a scendere al podere dei Rosset? Da cosa fugge Agape? Perché Yann è tanto ottuso?’, cose così, insomma. Per il resto, lascio che ogni lettore attinga dal romanzo ciò di cui ha bisogno nel momento in cui legge. I libri parlano ad ognuno in modo differente, è questa la loro magia.
Con “Dentro soffia il vento” hai vinto il premio Neri Pozza nella sezione giovani. Cosa ha significato per te questo riconoscimento?
È difficile da spiegare con poche parole. Neri Pozza per me ha sempre rappresentato il top dell’editoria. Nella mia libreria ci sono tantissimi titoli editi da loro, e ho sempre amato sia le storie che le cover dei loro romanzi. Vincere il Premio della sezione giovani per me è stato come raggiungere, finalmente, il posto in cui, da sempre, avrei voluto essere. Era il mio sogno più grande, e vederlo realizzato va oltre ogni gioia. Oltre a questo, c’è l’immensa soddisfazione di essere stata selezionata, tra centinaia di manoscritti, da una delle più prestigiose case editrici italiane. Insomma, se avessi un po’ di polvere di fata, userei questo pensiero felice per prendere il volo!
Se dovessi dare un consiglio ad un aspirante scrittore, quale sarebbe il tuo?
Il mio è un consiglio che qualunque aspirante scrittore di certo conosce già, ma ripeterlo non fa mai male: leggete. Sarà banale quanto volete, ma non c’è alternativa. Se volete scrivere bene, dovete leggere più che potete. Stephen King nel bellissimo ‘On Writing’ (se volete consigli di scrittura, leggete soprattutto questo, ora, subito!) suggerisce una media di 60/70 libri all'anno. Ma penso che se vi tenete sulla cinquantina avrete comunque fatto un buon lavoro. Leggete buoni libri, però. Leggete il genere a cui volete dedicarvi. E leggete libri italiani: i libri in traduzione non hanno la stessa costruzione delle frasi di un libro pensato e scritto nella lingua in cui intendete scrivere anche voi. Questo è importantissimo. E poi non fatevi scoraggiare da un rifiuto. Il mio secondo romanzo, Amedeo je t’aime, è stato rifiutato dalla casa editrice che mi aveva pubblicato il primo. Però poi è stato accettato da Mondadori Electa. La mail con cui mi comunicavano che il manoscritto era di loro interesse mi è arrivata dopo otto mesi dall'invio dello stesso. Quindi un altro consiglio, anche se in effetti è piuttosto difficile da applicare, è: siate pazienti.
Grazie per aver accettato di dedicare un po’ del tuo tempo alle mie domande. Ci ha fatto piacere averti conosciuta ed averti avuta qui con noi! Ti auguriamo che questo libro abbia il successo che merita! A presto!
Grazie a te per avermi ospitato e a chiunque abbia speso parte del suo tempo nel soffermarsi a leggere le mie risposte e, naturalmente, il mio romanzo!


Spero che questa intervista vi sia piaciuta. Francesca è stata gentilissima e si è messa a disposizione per rispondere a queste mie domande, nonostante sia impegnata tra promozione del suo libro e lavoro. Le sue risposte sono state molto esaurienti, e lei ci lascia anche consigli molto preziosi di cui noi faremo tesoro, vero?
Per finire, se già non ve l'avevo consigliato, lo faccio ora: leggete il suo libro! Ne vale davvero la pena. Credetemi.

1 commento:

  1. Bellissima intervista! Mi sono rivista nelle parole di Francesca, essendo anche io scrittrice =) Le do ragione in ogni sua affermazione. Complimenti per il romanzo (che ho divorato) e per queste domande!

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